Questo mese ho deciso di tradurre per voi l’ultimo articolo di Zachary Petit sul PRINT Mag, dal titolo “Il prossimo capitolo di PRINT”.

L’originale, come sempre, lo trovate qui.

"Il prossimo capitolo di PRINT"


Il mio editore mi ha dato il permesso esplicito, se non l’incoraggiamento, di scrivere le seguenti tre parole in questo articolo: PRINT è morto.

Pubblichiamo queste parole non per provocare inutilmente (o chiamare in causa David Carson o chiunque altro), piuttosto per spiegare ed esporre le motivazioni a monte.

Quindi permetteteci di fare proprio questo.

Quando PRINT è stato lanciato nel giugno del 1940 (!), nel suo primo numero riuscì a mettere insieme le menti più importanti delle arti grafiche: conteneva, infatti, un trattato di William Addison Dwiggins, oggetto di ricerche approfondite (anche se non totalmente comprensibile da tutti…), un articolo sui “Libri illustrati degli anni Sessanta” (essendo il 1860) e persino una storia della carta da parati, completa, letteralmente, di campioni usati come sfondo.

La copertina della rivista, intanto, è stata a lungo un enigma. Disegnata da Howard Trafton, insegnante di studenti della portata di Saul Bass, rappresenta una piccola figura che ha un fiore al posto della testa e una serie enorme di impronte digitali appartenenti al maestro tipografo Bruce Rogers.

Dov'è PRINT?


Non compare nessuna parola – neanche “STAMPA”.

Ovvero, per semplificare, si presenta come un tipo di copertina che non sfuggirebbe ad un editore contemporaneo, senza prima provocare una rissa da bar in redazione o complotti da designer.

Personalmente, ho la fortuna di possedere i primi quattro numeri della rivista (un cofanetto pagato 5$ all’inizio degli anni ’40), e mentre li tengo tra le mani, vengo sopraffatto dai notevoli oggetti di produzione e storia.

E quando si tratta di storia, PRINT ovviamente ne ha una lunga.

Per anni, Steven Heller ha scritto una colonna su PRINT intitolata “Evolution” – evoluzione -, dove ha tracciato la storia di una miriade di aspetti legati al design, girando quindi l’obbiettivo sempre più verso l’interno.

PRINT o il pioniere del design


Col passare del tempo, PRINT è rimasta una pubblicazione nel settore solida, ma nel 1962, un drammaturgo di nome Martin Fox arrivò alle porte della rivista e PRINT, e iniziò a prendere la forma che conosciamo oggi; come ha detto Fox a Debbie Williams nel 2015 in occasione del 75° anniversario del marchio:

 

“Non conoscevo nulla dell’arte grafica quando sono arrivato a PRINT.”

 

Dopo quattro solide decadi al timone (e i National Magazine Awards che gli hanno sventolato il cappello), Fox si è ritirato e ha consegnato le redini a degli editori che hanno preso il meglio della sua direzione mentre spostavano la diffusione della rivista nelle loro mani.

E poi, nel 2019, è successo qualcosa di incredibile: PRINT è morto.

La società che lo possedeva, con dozzine di altre riviste e marchi, dichiarò bancarotta e PRINT scomparve improvvisamente dall’etere editoriale da cui proveniva.

Poi, sempre in quell’anno, accadde qualcosa di ancora più incredibile: Debbie Millman di Design Matters (che era stata direttrice editoriale per PRINT), Steven Heller (che scriveva per PRINT da decenni), Andrew Gibbs e Jessica Deseo (del marchio di imballaggio Dieline) e Laura Des Enfants e Deb Aldrich (che era stata direttrice della pubblicità per PRINT), si unirono per salvare la rivista PRINT dalla sua scomparsa e dai suoi ex proprietari.

Quando unirono le forze, invece di riempire semplicemente il serbatoio del gas e riprendere lo status quo, il team si chiese: cos’è PRINT? E, forse la domanda migliore: perché?

Un vintage così moderno


Mentre tengo tra le mani questi quattro numeri vintage, mi meraviglio di loro.

Sono infatti documenti critici nella storia del design grafico, e per quanto io sia restio ad ammetterlo, non sono altro che questo: la storia. Il mondo è però cambiato dal 1940 (grazie a Dio!) e PRINT insieme a lui.

E allora, cos’è PRINT?

PRINT non ha mai riguardato semplicemente il design della stampa, proprio come Wallpaper non ha mai riguardato semplicemente la carta da parati.

PRINT, un tempo incentrato esclusivamente sul design nazionale statunitense, ora scansiona tutti i corridoi del globo. Anche esteticamente – a lungo incatenata ad un web design pessimo – la rivista si è evoluta e lo sguardo editoriale del sito è fisso sul futuro.

Come ha affermato il caporedattore di PRINT, Bill MCCool, l’obbiettivo è avvolgere le nostre menti su cosa significa il design nel 21° secolo e oltre, partendo sì dall’eredità del passato, ma abbracciando fermamente la necessità del nuovo (un po’ come la pensava un altro americano “eclettico” di cui abbiamo parlato qui e in due puntate…).

Inoltre, sono le persone che compongono PRINT a fare propria ogni interazione del marchio!

  • Sono l’occhio incisivo e la produzione illimitata di Steven Heller;
  • sono il calore e la curiosità perenne di Debbie Millman, che si tuffa profondamente in tutto ciò che riguarda il design e oltre;
  • è la passione di Andrew Gibbs e Jessica Deseo per il settore, la capacità di design e l’esperienza del web;
  • sono l’umorismo e la voce curatoriale di McCool e le sbalorditive collezioni di piacere per gli occhi di Chloe Gordon.

Il futuro oltre la bancarotta


Quando gli ex proprietari di PRINT hanno dichiarato bancarotta, ho cercato di razionalizzare, dicendomi che andava tutto bene…

Come ho fatto nel corso degli anni quando le scadenze accumulate avrebbero portato attacchi di panico o un server si sarebbe interrotto o uno scrittore sarebbe stato in ritardo di settimane con la riscrittura di una storia dovuta mesi fa, insomma ho cercato di ripetere a me stesso il classico cliché che chiunque non stia curando il cancro cerca di dire a sé stesso:

 

“Ehi, qui non stiamo curando il cancro!”
Alla fine non ha davvero importanza.

 

Ma mi stavo prendendo in giro.

Importava.

Ha importanza.

L’arte conta.

La scrittura conta.

Come ha ben sottolineato Millman in centinaia di episodi del suo podcast, DESIGN MATTERS!

Sì, PRINT è morto, ma è anche più vivo che mai!

Che dirvi...

Ora è Angela che riprende la parola 😅

Come avete potuto percepire, questa traduzione ha avuto per me una carica emotiva particolarmente forte rispetto a quelle precedenti, perché io, inguaribile romantica, non ho potuto non commuovermi davanti a tanta forza e a tanto desiderio di non far morire quello che da sempre è portatore di cultura e civiltà: la stampa! (ancor più se si tratta di un gruppo di americani… ndr)

Noi, miei cari lettori, invece, ci risentiamo il prossimo mese con un’altra traduzione a sorpresa 😊

Le immagini appartengono a printmag.com

Articolo di ANGELA

Traduttrice per passione, mamma di Costanza e Matilde. Una creativa con la valigia in mano. Collezionista compulsiva di libri che non avrò mai il tempo di leggere.

Scrivimi a esposito_ngl@yahoo.it

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