“Come l’ acqua, il gas o la corrente elettrica da lontano, a un movimento quasi impercettibile della mano, giungono nelle nostre abitazioni per rifornirci, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifesteranno a un piccolo gesto, quasi un cenno, e poi subito ci lasceranno” – Paul Valéry – Scritti sull’arte

Previsione (risalente agli anni ’20-’30 del secolo scorso) che ben delinea la realtà attuale, nella quale, attraverso il web, stiamo immersi in un marasma di immagini, testi e suoni che, nella distrazione, paiono fantasmi. Ma, ciò di cui il poeta francese non ha tenuto conto è che, se tutto ciò noi attraversa, il web lo trattiene in archivio.

L' ambiguo reato di plagio


È il milieu perfetto a far sì che il plagio, volontario o involontario (criptoamnesia o “errore di Eureka!”), fiorisca e si moltiplichi spesso inosservato. La pratica comune, e quasi automatica ormai, del “copia-incolla” non ci fa rendere conto dell’appropriazione di materiale altrui.

Dal punto di vista legale, il web ha comportato non pochi grattacapi per via delle sue caratteristiche ontologiche (capillarità con accessi globali e istantanei), e se ci sono articoli di legge che tutelano dalla violazione del diritto d’autore e dal reato di plagio e/o contraffazione, vi sono molte sfumature nella realtà che non permettono di catalogare le situazioni in poli opposti.

Parlo di casi in cui il plagio:

  • confina con l’ omaggio – dichiarato > citazione
  • sfocia nella derivazione (ma in quanta parte?)
  • è in realtà intertestualità, natura propria dell’epoca postmoderna e, a ben vedere, di ogni cultura che tramanda in blocco tutto il sapere passato, comprese le derive di ogni epoca; un concetto nato in letteratura ad indicare la doppiezza di ogni testo e i continui rimandi tra testi, che è poi il campo della filologia
  • vede l’originale come ispirazione per una nuova opera
  • si differenzia dall’abuso di segni che, così tanto utilizzati (es. dei tetti per il logo di un’ azienda immobiliare), son diventati iconici e dunque poco distinguibili

Inoltre, ogni Paese ha leggi proprie: in America il diritto d’autore non è previsto, a esempio, per i prodotti di moda, ritenuti manufatti, per i quali è possibile solo tutelare il marchio – comprendente il logo – che certo non viene ingenuamente riprodotto.

Vedi i casi di colossi della moda come Gucci, Versace, Adidas, Puma, plagiati spudoratamente dalle aziende fast fashion tipo Zara, Forever 21, H&M, Fashion Nova, Mango.

 

 

Come proteggersi


Le forme di tutela migliori sono:

  • la registrazione – per esempio del vostro marchio
  • il brevetto – per procedimenti concreti, quale può essere il processo di creazione di un colore, come ha fatto Tyffany col suo caratteristico verde- Pantone 1837, con riferimento all’anno di fondazione dell’ azienda – assente nelle palette
  • il diritto d’ autore – che riguarda opere originali e uniche dell’intelletto che bisogna mostrare.

In generale, si può tutelare il proprio lavoro apponendovi firma e data, tenendone traccia in un archivio, e attraverso pubblicazione e visibilità: più sarà conosciuta la vostra creazione e più si scoraggerà il plagio e sarà difficile che se ne approprino di soppiatto puntando sul primato temporale. La comunicazione la vince!

Ma non dimenticate, nel caso del marchio, ma anche di tutti gli altri aspetti visuali, delle raccomandazioni di efficacia che ho consigliato qui.

Ancora, riguardo i testi, consiglio questo sito https://www.duplichecker.com/it che permette, gratuitamente in pochi secondi, di controllare se vi sono parti copiate o similari ad altre nel web: l’ ho testato io stessa per togliermi qualche scrupolo di coscienza, che, sappiatelo: l’imitazione, la copia, è ciò che ci permette d’ imparare.

Con ciò non voglio discolpare chi lo fa, ma bisogna contestualizzare sempre gli atti e metterli in rapporto ai fattori che vi concorrono. Che poi, la questione dell’originalità, dell’unicità, del genio creatore è “roba” recente: nell’antichità ci si sfidava a chi meglio sapeva copiare i grandi! Ne parla anche Mariano Barone, noto grafico napoletano, nella sua intervista per la nostra radio.

Cause famose


Nel caso di grossi marchi, artisti famosi, scattano meccanismi che portano ad affidarsi a un lavoro già testato e riconosciuto, apprezzato, cercando di fare i furbi… o magari no! – Vedi la causa intentata dal colosso Apple alla napoletana Steve Jobs, che la ha elegantemente vinta! Le parole di uno dei soci fondatori:

“Per la realizzazione del logo abbiamo studiato approfonditamente tutta la normativa proprio per non entrare in conflitto con il colosso americano. Il nostro logo è completamente diverso da quello di Apple perché si basa su una «J», una lettera, non su una mela morsicata con una foglia. Non è altro che una lettera alla quale manca un pezzo e in cima c’è un’ellisse, una figura geometrica, non una foglia.”

Quando accade, in un attimo si avviano dispute legali.

Sono soprattutto artisti che si muovono contro l’appropriazione intellettuale da parte di settori più propriamente di consumo: vedi la causa intentata dalla figlia di Alighiero Boetti vs la stilista Franchi e quella di Isgrò vs il cantante Roger Waters messi a confronto qui.

Vedere il lato positivo


Eppure… c’ è chi ha reagito in modo completamente diverso.

Per il plagio reiterato del logo americano KFC, famoso per il suo pollo fritto (ah! remember London!), l’azienda ha ben pensato, nel 2019, a una campagna pubblicitaria manifesti e spot, affidata alla Mother London, in cui dichiara:

Ragazzi, siamo lusingati!

Un modo elegante e sprezzante che sfrutta un illecito per una potente visibilità. Chapeau!

Infine...


Ci sono i famosi (anche non troppo) che si appropriano delle idee di “emergenti” misconosciuti, pensando probabilmente che nessuno possa sognarsi di far loro causa o approfittano del tempo che passa e della memoria labile.

Ma, con il web e la tracciabilità, bisogna sempre far attenzione! Ad esempio:

  • l’artista musicale Rose Villain, per il suo singolo Il Diavolo Piange, ha utilizzato per la cover il lavoro artistico dell’emergente YaBoy, che utilizza l’emoticon truffaldina come logo – persino tatuato; inoltre il pezzo è uscito poco tempo dopo che YaBoy l’aveva contattata per farle ascoltare un pezzo suo, accludendo la sua firma: messaggio visualizzato ma rimasto senza risposta. Poco dopo, il “furto“. Fatta notare la quasi identicità grafica segue il silenzio.

Il caso comunque non è cristallino, dato che l’emoticon è uno di quei segni abusati a cui ho fatto riferimento più su: ad andare a fondo, sarebbero entrambi plagio del ben più famoso e precedente smile dei Nirvana!

  • I immagine originale, la II “un po’ meno”: tratte da https://www.joelapompe.net/ che, dal 1999, “smaschera mascherato” casi di plagi/coincidenze e invita tutti a dire la propria.

Articolo di MARIEL

Un gatto nero e tanta passione per arte e letteratura. Decisamente antirazzista. “La curiosità è insubordinazione nella forma più pura” Leileith@hotmail.it

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